150° – La grandezza dei piccoli uomini

Ieri sera un Roberto Benigni meno comico del solito, proporzionalmente alla durata dell’intervento di ben 52 minuti, nella terza serata del 61° Festival Di San Remo ha dato prova di quanto un sentimento possa essere difficilmente espresso senza delinearne esattamente i confini, soprattutto quando il sentimento è tanto universale quanto diversamente interpretato.Parliamo di Patriottismo, non di Nazionalismo, che — dice il nostro — è la malattia, quel sentimento tanto poco praticato dal nostro popolo (eccezion fatta per l’immancabile patriottismo quadriennale dei Campionati del Mondo di Calcio) quanto variamente interpretato in pressoché tutti i paesi del mondo: basti pensare alla manifestazione del paese con le stelle e le strisce ed il contrapposto patriottismo “imposto” della Corea del Nord.
Il nostro paese soffre di gioventù, probabilmente, o più semplicemente ha una vocazione alla sudditanza che nasce da secoli di questa condizione: neppure l’unificazione del Regno e la missione dei Mille non furono viste unitariamente come la ricongiunzione di un solo Popolo in un solo Stato, si è dovuta attendere la TV per avere un’idea più diffusa di Nazione Italiana.
Forse in questo sta la radice delle velleità separatiste del Südtirol o della “Padania” (che brutto nome NdR), per non citare quelle più cabarettistiche di vari autonomisti meridionali (“La realtà ha superato la fantasia” – A. Albanese): eppure ieri sera abbiamo potuto assistere ad un’esegesi de Il Canto degli Italiani, splendidamente resa dal Premio Oscar® toscano che si è presentato a cavallo con tanto di tricolore.
La platea silente, immota prima e scrosciante di applausi poi nella standing ovation finale, ha ascoltato quel piccoletto di Benigni snocciolare, con il suo simpatico accento toscano, ogni singola frase dell’Inno, sapendo dare quasi ad ogni parola il significato preciso ma soprattutto la dignità di un inno nazionale, a cominciare dal de-ridicolizzare la scelta ritmica di Mameli (marcetta).
Ci piace pensare che molti  abbiano appreso qualcosa che ignoravano, che altri abbiano potuto ravvisare nel fondo della propria anima, se non l’amor patrio, almeno un interesse più puro nel concetto di Italia: perfino che un altro cavaliere, un altro piccolo uomo, checché se ne dica, si sia potuto almeno interrogare sul ruolo di rappresentante di una Nazione, di un Popolo (senza DL), nato ed unito da uomini che han dato la vita per questo, e ne sono la storia.
Ma ci è voluto pochissimo per vedere come, in barba a Mameli ed alla stessa dignità delle istituzioni che dell’Italia son rappresentanza, i tre ministri leghisti si sono dissociati dalla proclamazione di Festa Nazionale del 17 marzo prossimo, arrivando a definirla addirittura incostituzionale (ma in base a quale costituzione ci domandiamo: quella del paese che non riconoscono?).
Proviamo un senso di lordura in questo gesto, più vergognoso delle presunte porcate del PDCM, il quale non ha mancato l’occasione per dimostrarsi ostaggio dell’alleato di ferro di via Bellerio; quell’alleato che 17 anni fa ripudiò il Cavaliere con lo storico ribaltone, che è solito praticare riti paGani — tipo adorazione del dio Po, che ha tre ministri e che chiede maggiori poteri nelle commissioni parlamentari per approvare il federalismo.

Piccoli uomini possono grandi cose: dipende tutto da quanto sono piccoli e quanto sono uomini.

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1 risposta a 150° – La grandezza dei piccoli uomini

  1. Massimiliano scrive:

    recentemente si è appreso che durante la visita in Italia dell’ormai ex presidente egiziano Mubarak, il nostro mister B. abbia provato a riferire della famosa nipote. Entrambe le delegazioni, italiana ed egiziana, hanno provato a circoscrivere la parentela, per poi desistere a causa di incomprensioni. Certamente per colpa della barriera linguistica. Gli interpreti, infatti, affermano che al termine del colloquio S.B. abbia chiuso con un “ci informeremo meglio”. Invece, una trascrizione della traduzione, non riconosciuta ufficialmente, riporta la seguente frase:”nipote, si… da parte di fava…”

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